Hotspot, PID e diodi guasti: i difetti del fotovoltaico che la termografia vede
Un impianto fotovoltaico guasto raramente sembra guasto. I moduli restano al loro posto, il vetro è integro, l’inverter segnala che tutto funziona: eppure la produzione cala oppure, nel caso peggiore, da qualche parte una cella sta scaldando fino a diventare un potenziale punto di innesco. I difetti del fotovoltaico sono quasi sempre invisibili a occhio nudo, ma hanno una caratteristica che li tradisce: alterano la temperatura. È per questo che la termografia è lo strumento diagnostico di riferimento per questi impianti. Vediamo i tre difetti più comuni, come si riconoscono e come vengono classificati.
Perché il calore è la spia dei guasti fotovoltaici
Una cella fotovoltaica sana converte parte della radiazione solare in energia elettrica. Quando qualcosa si guasta (una cella danneggiata, una connessione degradata, un componente fuori uso), quell’energia non prodotta si trasforma in calore, concentrato proprio nel punto del difetto. La termocamera rileva queste differenze di temperatura sulla superficie dei moduli e le traduce in immagini leggibili: ogni tipologia di guasto lascia un disegno termico caratteristico, una vera e propria firma che un tecnico esperto sa interpretare.
La condizione essenziale è che l’impianto sia in funzione e sotto un irraggiamento adeguato: un impianto spento, o ispezionato in una giornata coperta, non mostra quasi nulla. Per questo le ispezioni si programmano nelle ore e nelle stagioni giuste, secondo i criteri della specifica tecnica IEC TS 62446-3.
L’hotspot: la cella che scalda
L’hotspot è il difetto più noto: una singola cella, o una piccola area del modulo, che raggiunge temperature nettamente superiori a quelle circostanti. Le cause tipiche sono ombreggiamenti persistenti (un camino, un’antenna, la sporcizia accumulata sul bordo inferiore), microfratture della cella dovute a trasporto, montaggio o grandine, e difetti di saldatura interni.
Il meccanismo è insidioso: la cella difettosa o ombreggiata, invece di produrre corrente, si trova ad assorbire quella generata dalle celle vicine e la dissipa in calore. Il fenomeno si autoalimenta: più la cella scalda, più si degrada, più scalda ancora. Nei casi avanzati le temperature raggiunte possono danneggiare l’incapsulante e il backsheet del modulo fino a diventare un possibile punto di innesco. Alla termocamera l’hotspot appare come un punto o una piccola area brillante, in netto contrasto con il resto del modulo.
Il PID: il degrado silenzioso che parte dai bordi
Il PID (Potential Induced Degradation, degrado indotto dal potenziale) è più subdolo. Nasce dalla differenza di tensione che si crea tra le celle e il telaio metallico messo a terra: nel tempo questa tensione innesca fenomeni di migrazione di cariche che degradano progressivamente le prestazioni delle celle, senza alcun segno visibile.
La firma termica è caratteristica: un motivo “a scacchiera” o a macchia di leopardo, con celle più calde distribuite in modo irregolare sul modulo, tipicamente più accentuato nei moduli che occupano determinate posizioni della stringa. Il PID è anche uno dei pochi difetti in parte reversibile: individuato per tempo, può essere contrastato con interventi sull’impianto, che spettano all’installatore o al manutentore. Individuarlo tardi significa invece una perdita di produzione consolidata e difficilmente recuperabile.
Diodi di bypass guasti: quando un terzo del modulo si spegne
Ogni modulo contiene alcuni diodi di bypass, tipicamente tre, alloggiati nella junction box sul retro. Il loro compito è proteggere il modulo: quando una sottostringa di celle è in ombra o in avaria, il diodo la esclude dal circuito, evitando surriscaldamenti e limitando la perdita di produzione.
Quando è il diodo stesso a guastarsi, spesso a seguito di sovratensioni o fulminazioni indirette, la sottostringa corrispondente resta permanentemente esclusa. Il risultato è riconoscibilissimo in termografia: un terzo del modulo (o due terzi, se i diodi guasti sono due) a temperatura uniformemente diversa dal resto, con un confine netto. A occhio nudo il modulo è perfetto; alla termocamera il difetto è inequivocabile, e la perdita di produzione è proporzionale alla porzione esclusa. Anche una junction box anomalamente calda è un segnale da approfondire.
Come la IEC TS 62446-3 classifica le anomalie
Trovare un’anomalia è metà del lavoro; l’altra metà è decidere quanto è urgente. La specifica tecnica IEC TS 62446-3, riferimento internazionale per le ispezioni termografiche degli impianti fotovoltaici in esercizio, richiede che ogni anomalia rilevata sia classificata in funzione della sua gravità: dalle situazioni da tenere semplicemente sotto osservazione, alle anomalie che richiedono un intervento programmato, fino a quelle rilevanti per la sicurezza, che impongono un’azione tempestiva.
La stessa specifica definisce le condizioni per un’ispezione valida (irraggiamento minimo, angoli di ripresa, strumentazione) e la struttura del report. È questa classificazione a trasformare una serie di immagini colorate in uno strumento decisionale: il gestore dell’impianto sa esattamente dove intervenire prima e dove può attendere la prossima finestra di manutenzione.
C’è infine un motivo in più, recente, per prendere sul serio queste ispezioni. Le linee guida di prevenzione incendi per gli impianti fotovoltaici pubblicate dai Vigili del Fuoco con nota n. 14030 del 1° settembre 2025 richiedono, per gli impianti a servizio di attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, verifiche documentate ai fini del rischio incendio con cadenza almeno biennale, che includono anche le ispezioni termografiche secondo la IEC TS 62446-3. La termografia, da buona pratica, sta così diventando parte integrante della gestione antincendio dell’impianto.
Il ruolo di Organismo CVE
C.V.E. – Centro Verifiche Europee esegue indagini termografiche su impianti fotovoltaici in conformità alla IEC TS 62446-3: verifiche su moduli, stringhe, quadri e inverter, con identificazione delle criticità, geolocalizzazione delle anomalie e relazione termografica elaborata da tecnici certificati.
Il perimetro è quello di sempre: CVE ispeziona, misura e documenta in modo imparziale. Non installa moduli, non sostituisce diodi, non esegue riparazioni né manutenzione. Le anomalie classificate nella relazione vengono risolte dall’installatore o dal manutentore di fiducia del cliente, ed è proprio la terzietà del rilievo a rendere la relazione un documento solido verso assicurazioni, organi di controllo e proprietari dell’impianto.
Domande frequenti (FAQ)
Un hotspot si vede a occhio nudo?
Quasi mai. Nelle fasi iniziali il modulo appare perfettamente integro; solo nei casi più avanzati compaiono segni visibili come bruciature o delaminazioni. La termocamera individua l’anomalia molto prima che diventi visibile, ed è questo il suo valore.
Il PID si può recuperare?
In parte sì, se individuato per tempo: esistono interventi tecnici che possono contrastare il fenomeno e recuperare parte delle prestazioni. La valutazione e l’esecuzione di questi interventi spettano all’installatore o al manutentore dell’impianto.
Come capisco se un diodo di bypass è guasto?
Il segnale tipico in termografia è una porzione del modulo, di solito un terzo, a temperatura uniformemente diversa dal resto, con confine netto. Il dato va poi confermato con verifiche elettriche sulla stringa.
In quali condizioni va fatta l’ispezione termografica?
Con l’impianto in esercizio e un irraggiamento adeguato, secondo i criteri della IEC TS 62446-3. Un’ispezione condotta con cielo coperto o impianto scarico produce immagini poco significative e anomalie non rilevabili.
La termografia del fotovoltaico è obbligatoria?
La IEC TS 62446-3 è il riferimento tecnico per le ispezioni periodiche. Per gli impianti a servizio di attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, le linee guida dei Vigili del Fuoco del 2025 richiedono verifiche documentate ai fini del rischio incendio almeno ogni due anni, comprensive di ispezioni termografiche. Negli altri casi resta una pratica fortemente raccomandata, spesso richiesta dalle assicurazioni.
Vedere il difetto prima che diventi un danno
Hotspot, PID e diodi guasti hanno una cosa in comune: più tardi li scopri, più costano: in produzione persa, in componenti da sostituire, in rischio incendio. La termografia li rende visibili quando l’intervento è ancora semplice ed economico.
Contatta Organismo CVE per un’indagine termografica del tuo impianto fotovoltaico e richiedi un preventivo gratuito e senza impegno.
Quanto ti costa un difetto che non vedi? Richiedi ora la tua indagine termografica su impianto fotovoltaico.
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